Salta al contenuto principale Skip to footer content

Decorazione della Casa del Contadino di Bologna

1940 - 1942

Schede

Galileo Chini (1873 - 1956), Serie di otto cartoni preparatori per il ciclo di affreschi della casa del Contadino di Bologna, 1940-1942. Collezioni Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna.

L’aggiudicazione all'asta Pandolfini (Firenze, 15 maggio 2018, lotto 132) di un cartone di Galileo Chini, preparatorio per la decorazione della sala delle adunanze della Casa del Contadino di Bologna, si aggiunge all’acquisizione da parte della Fondazione, nel 2007, di altri sette esemplari destinati alla stessa decorazione; complesso che consente di apprezzare pienamente una tra le più importanti e significative realizzazioni della tarda attività dell’artista toscano. Con la grande impresa decorativa che aveva per tema il mondo agricolo si concludeva la costruzione della Casa del Contadino, il cui fronte razionalista era appena stato arricchito con due grandi altorilievi raffiguranti scene di vita contadina, realizzati dallo scultore Farpi Vignoli.

Il palazzo, al tempo sede dell’Unione Provinciale Fascista dei Lavoratori dell’Agricoltura e oggi della CGIL, rientrava nel piano di “sistemazione di via Roma” (attuale via Marconi) voluto dal regime fascista nel 1936 per dare un volto nuovo al capoluogo emiliano. Assieme al Palazzo del Gas, al Palazzo Lancia e a quello Faccetta Nera, le cui imponenti forme razionaliste si stagliavano già da alcuni anni sulla nuova via, veniva a costituire il coronamento dell’investitura di Bologna a capitale “rurale” del paese. La decorazione della sala avvenne tra aprile e novembre del 1942, come testimonia un telegramma datato al 6 aprile (Archivio Chini di Camaiore, Archivio Storico del Comune di Bologna), in cui si invita Galileo Chini a “voler disporre, con tutta la sollecitudine possibile, l’inizio del vostro lavoro, al fine di portare a compimento l’intera opera”. I cartoni quindi a quella data dovevano già essere stati realizzati. Malauguratamente tra il 1954 e il 1956 la ristrutturazione degli spazi interni portò ad abbassare il grande salone per permettere la costruzione di un quarto piano di uffici, e la splendida decorazione pittorica venne coperta. In anni recenti tuttavia, sulla base di fotografie d’archivio realizzate prima della scialbatura, e dei cartoni esistenti, è stato possibile ricostruire l’intero ciclo, frammenti del quale sono stati riportati alla luce nel corso di alcuni sondaggi. I cartoni giunti a noi (dieci e non nove come in genere ritenuto) raffigurano le principali attività svolte dall’uomo per rendere la terra rigogliosa e prodiga di frutti: Dissodamento delle zolle (inv. F31669), Lavoro, detto anche Il Legionario (inv. F31670), Mondine (inv. F31671), Raccolta della canapa (inv. F31672), Aratura (inv. F31673), Piantatura degli alberi (inv. F31674), Semina (inv. F31675), Raccolta dei frutti (collezione privata), Vendemmia (collezione privata) e Trebbiatura (inv. F35444). Un’epopea contadina ambientata nelle terre emiliano-romagnole, un racconto per immagini dunque, la cui funzione sociale e persuasiva, richiesta espressamente all’arte pubblica dal regime, è tuttavia ben lontana dalla consueta retorica fascista. Vi è all’opera un Chini ormai anziano, lontano dalle atmosfere liberty e divisioniste che ne hanno fatto uno dei principali interpreti del primo Novecento, come pure dall’ultima fase tragicamente espressionista. Il ciclo è infatti permeato da un tono meditativo ed elegiaco, distante dalle vigorie plastiche care alla dittatura, che si avvicina piuttosto, come già rilevato (Bentini 2012), alla pittura realista e che ricorda il forte pessimismo di Millet e della scuola di Barbizon. I contadini che dissodano le zolle e le donne chine sui campi divengono emblemi delle fatiche dell’uomo e del suo destino, eroi di una battaglia solitaria e di un mondo, quello rurale, che si approssima alla sua ultima stagione. Sulle pareti della Casa del Contadino, Chini dà vita a un racconto fortemente simbolico, con tagli e inquadrature dal sapore cinematografico, quasi anticipatori degli affreschi del mondo contadino portati alcuni decenni più tardi sul grande schermo da Bernardo Bertolucci con Novecento e da Ermanno Olmi con L’albero degli zoccoli.

In collaborazione con Fondazione Cassa di Rispermio in Bologna.