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La tradizione liberale nella montagna bolognese

1843 | 1919

Schede

La montagna di Bologna si alza dai colli suburbani alle lontane azzurre cime che sovrastano Porretta e il Belvedere: è un seguirsi continuo di valli e di crinali, di borghi vetusti e di comunità operose, di campi faticosamente coltivati e di boschi che, improvvidamente ridotti, si vanno ricostituendo con fervido impegno. L'agricoltura spesso povera, le comunicazioni non facili, le imprese industriali e artigiane tuttora insufficienti, queste difficoltà ambientali stimolano l'animo dei nostri montanari a fermezza di propositi e acutezza di spedienti, ma non li disamorano dal loro paese. Anzi lo spirito di campanile è nella montagna vivissimo: e sempre acuta la nostalgia di chi, cresciuto a quell'aria fina, ripensa dalle fabbriche e dagli uffici cittadini al sereno borgo lontano. Dove ha imparato a far conto sulle sue forze per vincere gli ostacoli di una più improvvida terra, e questo spirito d'iniziativa è stato confortato dalla salute spirituale che procura la consuetudine immediata col grande spettacolo della natura, i cieli, i soli, le nevi, le mutazioni dei boschi, lo scorrer delle acque, l'infinità degli orizzonti. In questa montagna è ininterrotta la tradizione liberale: un'intima serietà fa il montanaro nemico di ogni improvvisazione; lo spirito individualistico, e la consapevolezza delle difficoltà che solo il suo tenace lavoro ha potuto superare, lo portano a diffidare delle retoriche politiche. Qui il liberalismo non ha mai ceduto il passo al socialismo, come avvenne invece nei paesi della «bassa»: il collegio di Vergato e il terzo collegio di Bologna (comprendente i comuni di Pianoro, Loiano, Monghidoro, Monzuno, Monterenzio e Vado) restarono liberali fino alla XXIV legislatura (1913-1919), l'ultima eletta a suffragio uninominale. Il collegio di Bologna III era stato per cinque legislature consecutive del moderato Enrico Pini, agricoltore appassionato e valente avvocato, e, quando l'onorevole Pini passò al Senato, fu del conte Francesco Cavazza; al collegio di Vergato legò da ultimo il suo nome Luigi Rava, ancor oggi non dimenticato dai vecchi elettori, parecchi dei quali abbiamo conosciuto e sentito affermare: «Noi votavamo per Rava».

Questa tradizione liberale è già testimoniata nei moti dell'agosto 1843, allorché un pugno d'insorti capeggiato da Pasquale Muratori (1804-1861) si impadronì di Savigno costringendo alla resa il presidio di carabinieri pontifici. Tallonati da una forte colonna di truppa, i congiurati tennero per otto giorni la campagna fin presso Zena dove, raggiunti dai soverchianti inseguitori furono costretti a sciogliersi. Un modesto monumento nella piazza di Savigno perpetua il ricordo del glorioso tentativo. Spento l'epico incendio quarantottesco, nel decennio di preparazione le vallate dell'Appennino videro mirabilmente organizzata la trafila, che si incaricava di trarre in salvo in Toscana i ricercati politici con la massima segretezza e coi più accorti travestimenti e di procurare il passaggio della corrispondenza rivoluzionaria, dapprima mazziniana, poi quella della Società Nazionale, trafila nelle valli del Re e del Setta faceva capo ai cugini Gaetano (1814-1884) e Lodovico (1818-1897) Berti, autorevolissimi patrioti, che ebbero parte di rilievo nelle congiure e nella vita politica bolognese. Centro di questa trafila fu la Torre di Montorio, di proprietà Berti, in cui « trovarono ospitalità asilo e transito molti patriotti italiani e anche ungheresi perseguitati dai governi estense, pontificio ed austriaco, i quali dovevano guadagnare il confine toscano fra Pian del Voglio e Bruscoli, dove erano accolti dai Pierattini parenti dei Berti. Essi erano quasi sempre ignoti, ma raccomandati da noti patriotti o comitati segreti di cospiratori, e si facevano riconoscere con segnali convenzionali, indi, come fossero amici invitati in campagna, erano per esempio alla porta di Saragozza invitati a salire in carrettino o biroccino e così trasportati alla Torre, specialmente da Alessandro e Marco Berti; e poscia da fidate guide condotti attraverso l'Appennino in salvo al di là del confine». In valle di Savena la trafila era organizzata da Cesare Dallolio (1819-1868) di Pianoro, padre dei senatori Alberto e Alfredo e capo di una squadra di montanari che accorse in Bologna dopo i fatti dell'8 agosto, e dal cognato di questi, dottor Amato Gamberini (1826-1897) di Loiano, uno tra i primi aderenti alla Società Nazionale. Il prestigio di questi capi che -appartenendo alle più influenti famiglie- conoscevano ed erano conosciuti da tutti, la loro eccezionale abilità, le ingenti somme profuse nell'assoldare vetturini, birocciai e contrabbandieri, tutto ciò fece della trafila uno strumento perfetto sì da condurre a buon fine innumerevoli trafugamenti sotto gli occhi sospettosi di commissari di polizia, di carabinieri e di parroci. Quando nel '58 la cavouriana Società Nazionale estese la sua azione a Bologna, diffondendo il proprio programma unitario e alieno dalle congiure di vecchio stile, non mancò di trovare calde adesioni nei borghi dell'Appennino: un elenco pubblicato dal senatore Dallolio indica le persone che risultano aver appartenuto ai comitati della Società nel territorio delle Legazioni. A noi interessa trascrivere i nominativi dei patrioti che rappresentarono la Società nella montagna bolognese: a Caprara sopra Panico Raffaele Minelli, a Casalfiumanese Carlo Biffi, a Casio e Casola il dottor Raffaele Ugolini, a Castel d'Aiano il dottor Giuseppe Nanni Lévera, a Castiglione e Camugnano Leopoldo Ruggeri, a Loiano il già ricordato dottor Amato Gamberini, a Monghidoro il dottor Vincenzo Ferretti, a Monte S. Pietro Alfonso Borgognoni, a Monteveglio Flaminio Torchi, a Monzuno Saturnino Serrachioli, a Musiano Domenico Bollini, a Pianoro Luigi Scandellari, a Porretta e nel Belvedere il dottor Enrico Borgognoni, a Savigno Giovanni Lambertini, a Serravalle Pietro Pallotti. Il 12 giugno 1859, dopo la partenza da Bologna degli austriaci e del cardinale legato, la Giunta provvisoria di governo nominò Cesare Dallolio, Commissario straordinario con l'incarico di costituire le nuove amministrazioni comunali liberali, dichiarando decadute le vecchie, nei comuni montani di Pianoro, Loiano, Monterenzio, Monzuno, Musiano, Monghidoro, Pian del Voglio e Castiglione. Meritevolissima fu anche l'opera di Amato Gamberini quando più tardi, essendosi manifestato nella montagna una specie di brigantaggio ad opera specialmente di renitenti alla leva, assunse il comando della Guardia Nazionale mobilitata e sgominò decisamente ogni tentativo di sobillazione da parte dei partigiani del vecchio regime.

La cronaca dei collegi elettorali bolognesi e delle successive elezioni politiche e amministrative -e quindi la storia politica di Bologna- è ancora da scriversi: qui faremo cenno dei deputati che, eletti nel collegio di Vergato, rappresentarono la montagna liberale nel Parlamento nazionale. Avvertasi peraltro che alcuni comuni montani erano aggregati, come si è detto sopra, al terzo collegio di Bologna, mentre il Bazzanese, Monte S. Pietro e Casalecchio facevano parte del primo collegio e la vallata del Santerno del collegio di Imola. Ma non vogliamo omettere il ricordo di due prove elettorali precedenti il 1860: le elezioni per il Parlamento Romano nel maggio 1848 e quelle per l'Assemblea dei rappresentanti del popolo delle Romagne nell'agosto 1859. Nel '48 -la Costituzione pontificia prevedendo un eletto ogni 30.000 abitanti- la montagna bolognese venne ripartita nei collegi di Vergato, Bazzano e Loiano. I primi due collegi elessero l'avv. Antonio Zanolini (1791-1877) che era stato membro del Governo provvisorio delle Provincie Unite nel ‘31, poi esule in Francia e sarà deputato e senatore del Regno, Loiano elesse il prof. Antonio Montanari (1811-1898) anch'egli in futuro senatore e anch'egli appartenente al gruppo dei liberali moderati che confidavano allora in Pio IX. In seguito all'opzione in favore di altri collegi esercitata dai due eletti, si riconvocarono i comizi nel luglio successivo coi seguenti risultati: a Vergato riuscì Rodolfo Audinot (1814-1874), a Bazzano il marchese Carlo Bevilacqua (1803-1875) che si dimise dopo l'assassino di Pellegrino Rossi e venne sostituito dall'avv. Clemente Taveggi (1795-1883), a Loiano l’avv. Clemente Giovanardi (1806-1875) che ritirò dalle adunanze e venne d'ufficio ritenuto dimissionario, ma gli elettori di Loiano -riconvocati alle urne- si rifiutarono per protesta di nominargli un successore. Di questi ultimi, oltre l'Audinot ben noto, il Bevilacqua fu studioso egregio di economia, benemerito propugnatore degli Asili infantili e consigliere direttore della Cassa di Risparmio dalla fondazione nel '37 alla morte, «cittadino virtuoso - lo lodò il Minghetti e degno di essere proposto ad esempio»; il Taveggi, che morì pressoché nonagenario dopo una distintissima carriera nella magistratura, presiedeva allora il moderato Circolo Nazionale; il Giovanardi infine, imparentato per via di moglie con Carlo Berti Pichat, era avvocato di grido e docente di testo civile nell'Ateneo bolognese. Per le elezioni all'Assemblea delle Romagne (28 agosto 1859, il 7 settembre successivo l'assemblea votò «che i popoli delle Romagne vogliono l'annessione al Regno Costituzionale di Sardegna sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II», essendo previsto un deputato ogni 8000 abitanti, la nostra provincia venne ripartita in 47 collegi. Nei collegi della montagna bolognese risultarono eletti: a Bazzano l'avv. Camillo Casarini (1830-1874) che ritroveremo consigliere provinciale della natia Castiglione per un decennio, a Gaggio Montano il conte Domenico Nanni Levera (1815-1894), anch'egli futuro consigliere e deputato provinciale; a Marzabotto il già ricordato avv. Antonio Zanolini; a Monte S. Pietro il prof. Giovanni Franceschi (1805-1884), eminente scienziato e buon letterato, docente di materia medica nella nostra Università; a Porretta il conte Giovanni Massei (1798- 1860), studioso di economia e illuminato filantropo; a Pian del Voglio il dottor Gaetano Berti; a Pianoro Cesare Dallolio; a Sasso il prof. Antonio Montanari; a S. Rufillo l'avv. Paolo Silvani; a Vergato l'avv. Matteo Pedrini (1816-1891), che aveva fatto parte del Comitato di Salute Pubblica nel '48 e della Costituente Romana e sarà per più anni consigliere provinciale e comunale di Bologna.

Dopo i plebisciti, vennero convocati i comizi per la VII legislatura, l'ultima del Parlamento subalpino: nel collegio di Vergato, di cui seguiremo ora le sorti elettorali, riuscì il professor Giambattista Ercolani (1817-1883), illustrazione della scuola veterinaria bolognese e autorevole minghettiano. Eletto il 29 marzo 1860, venne sorteggiato per eccedenza nel numero dei deputati professori e dovette rinunziare al mandato. Due successive elezioni, ambedue annullate, nel corso dello stesso anno videro vincitore l'avvocato Paolo Silvani (1810-1883), pure di Destra, figlio dell'illustre giureconsulto Antonio ch'era stato ministro di grazia e giustizia nel governo delle Provincie Unite e incaricato da Pio IX della riforma dei codici. L'aver ricordato queste benemerenze paterne non deve però far pensare che Paolo Silvani fosse solo come suol dirsi -figlio di suo padre: che anzi espertissimo in materia bancaria- legò il suo nome ai più importanti istituti bolognesi di credito, fu ininterrottamente consigliere provinciale per oltre quarant'anni e, come vedremo, più volte eletto deputato. Nella VIII legislatura, prima del Parlamento nazionale, riuscì Rodolfo Audinot, proposto da un Comitato elettorale costituitosi per «condurre a conciliazione tutte le scissure che fossero sorte fra i costituzionali moderati», mentre il Silvani emigrava nel collegio di Urbino. L'Audinot, uno dei più distinti patrioti bolognesi, già deputato al Parlamento e alla Costituente romana e vicepresidente dell'Assemblea delle Romagne, si dimise il 16 luglio 1864 in seguito ai risultati dell'inchiesta sulle ferrovie meridionali, del cui consiglio d'amministrazione era membro. Da tale inchiesta, che colpì gravemente i deputati Susani e Bastogi, il nome dell'Audinot era uscito limpido e netto: egli senti tuttavia -come dichiarò alla Camera- il dovere di ripresentarsi a coloro che sono suoi giudici naturali e che devono quindi giudicare quale è stata la sua condotta». Gli elettori di Vergato corrisposero allo scrupolo dell'Audinot con splendida votazione confermandogli immutata stima e fiducia. Per le elezioni del 1865 il Comitato Elettorale Nazionale presieduto dal principe Simonetti ripresentò candidato l'Audinot, mentre il Comitato Elettorale Unitario presieduto dall'avv. Federico Landuzzi proponeva il conte Giuseppe Fagnoli, che peraltro declinò subito la candidatura offertagli. Un comitato locale avanzò il nome dell'avv. Ulisse Cassarini, già deputato di Castiglione de' Pepoli all'Assemblea delle Romagne, ma anche questi non accettò. Il favore delle urne tornò invece a Paolo Silvani, che batté l'Audinot in ballottaggio con 192 voti contro 87 e riuscì ad assicurarsi il collegio per quattro legislature consecutive dalla IX (1865) alla XII (1874). La candidatura Silvani dette luogo a una fiera polemichetta tra i suoi avversari che si firmavano anonimamente elettori nemici degli equivoci», e i suoi sostenitori che si firmavano «elettori nemici della doppiezza», polemichetta nella quale intervenne lo stesso Silvani pubblicando sul Monitore di Bologna una nobile professione di fede liberale. Nel 1874 il Silvani superò solo di strettissima misura un competitore che aveva già acquistata vasta notorietà nel collegio, l'ing. Cesare Lugli (1829-1902), progressista, che doveva affermarsi nelle successive elezioni del 1876 battendo il campione della Destra, Guglielmo Capitelli. Il Lugli, mantenne il collegio per sette legislature; dalla XIII alla XX (1897) con l'intervallo -perché infermo- della XIX. Già vicepresidente della Associazione Progressista delle Romagne, se n'era staccato nel 1882 in tempi di trasformismo fondando il Partito Progressista Costituzionale che ebbe il suo organo bolognese nella Stella d'Italia. Di censo cospicuo, affabile e simpatico, oratore spicciolo e inelegante ma di notevole efficacia e comunicatività, il Lugli si guadagnò i suffragi di non pochi fra gli stessi moderati, giungendo a godere di una popolarità, testimoniata da ben sette vittorie elettorali, che sarà eguagliata solo dal suo successore on. Rava. Ho già ricordato che il Lugli, in cattive condizioni di salute, non si era presentato candidato alle elezioni per la XIX legislatura (1895), che videro l'affermazione dell'avvocato Rodolfo Rossi, moderato di origini radicali e repubblicaneggianti, già deputato di Bologna I e Bologna III nelle precedenti elezioni. La candidatura Rossi venne proclamata da un comitato castiglionese, mentre a Vergato numerosi sindaci del collegio patrocinavano la candidatura del conte Procolo Isolani, poi, rinunciando l'Isolani quella dell'avv. Enrico Sandoni, progressista, a lungo consigliere provinciale per il mandamento di Porretta. Malgrado l'appoggio del Carlino, Enrico Sandoni ottenne solo 230 voti contro i 987 del Rossi. Dopo la XX legislatura, ritiratosi definitivamente l'on. Lugli, andò profilandosi una candidatura Rava in concorrenza con quelle del consigliere provinciale di Castiglione dott. Arturo Ruggeri e dell'avv. Gaetano Buini, consigliere provinciale per Porretta, sostenuto dai democratici. Nelle elezioni del giugno 1900 Rava batté il Buini con larghissimo scarto di voti, assicurandosi il collegio fino al 1919 per quattro legislature consecutive. Luigi Rava (1860-1938), appassionato studioso, docente universitario a ventitré anni, scrittore e oratore eloquentissimo, ingegno versatile che lasciò orma profonda nei campi più svariati, era già stato deputato di Ravenna e sottosegretario nel terzo ministero Crispi. Come deputato di Vergato, partecipò ai ministeri Saracco, Giolitti, Fortis e Salandra tenendovi onorevolmente i portafogli dell'agricoltura, della pubblica istruzione e delle finanze. Genero del Baccarini, ne continuò il programma di liberalismo progressista: durevolmente seguito e amato dai suoi elettori, ha lasciato incancellabile ricordo, che ancora perdura, dei «tempi di Rava» quando la montagna bolognese restava una roccaforte liberale contro la marea rossa montante nella pianura.

Con poetica eloquenza Emilio Veggetti, l'illustre liberale vergatese da poco scomparso che del Rava fu amico e grande elettore, lo salutava in occasione (1915) del conferimento della cittadinanza grizzanese: «Nato e cresciuto sul mesto lido di Classe, fra il sacello di Dante e il capanno di Garibaldi, educato a quelle grandi e sante memorie, risaliste, or son molt'anni, il placido corso del Reno fino alle nostre rive pittoresche alle quali scendono ridenti i colli dell'etrusca Misano, soprastanno maestose le pagane cime di Montovolo, e nelle cui limpide acque si specchiano le severe chiese di Panico e di Porretta. Anche quando la nazione Vi chiamò ai suoi più alti poteri, Voi teneste sempre l'orecchio pronto a quanti Vi parlavano dei nostri monti che autorevolmente, tenacemente, amorevolmente tutelaste in Parlamento e fuori». Ricorderò infine che le elezioni del Rava furono sempre trionfali, pur quando gli vennero opposti valorosi avversari come il clericale avv. Bertini nel 1909 e l'avv. Oviglio nel 1913.

AGOSTINO BIGNARDI

Testo tratto da "LA TRADIZIONE LIBERALE NELLA MONTAGNA BOLOGNESE", in "Strenna storica bolognese", 1957. In collaborazione con il Comitato per Bologna Storica e Artistica.