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La fortuna critica della Certosa

1801 | oggi

Schede

Francesco Tognetti, nel 1804, tre anni appena dall'inaugurazione del cimitero, apre il volumetto dedicato all'anniversario della sua inaugurazione, intitolato 'Discorso recitato nella chiesa della Certosa il giorno anniversario della Istituzione del Cimiterio'. Con convinzione si rivolge al popolo di Bologna e scrive come con la pubblicazione se ne gioverà la Storia medesima, la quale de' Discorsi in tal occasione pubblicati farà conserva tra le memorie della Patria; e suppliranno essi ove tacciano le sepolcrali Iscrizioni, o ripareranno all'ingiuriosa mancanza di quelle. Appare dunque chiara, a date precocissime, l'importanza che il camposanto riveste per la memoria civile, ma soprattutto l'apporto determinante delle pubblicazioni a stampa, atte a integrare ciò che le lapidi non dicono o le dimenticanze, volute o casuali, dei viventi. Per più di un secolo la Certosa non è stato solo il cantiere artistico della città, ma anche un punto di riferimento oltre il proprio territorio, e luogo di ispirazione poetica per letterati famosi o misconosciuti, fonte di memorie civiche o sentimentali, attraverso i monumenti antichi salvati dalle rivoluzioni, o con le semplici epigrafi scritte in latino prima, in italiano poi. La Certosa diventa così teatro di amori impossibili come nel romanzo 'Clelia, ossia Bologna nel 1833', dove l'unica incisione presente commenta l'ultimo amoroso sguardo tra una giovane nobildonna decaduta, che prega sulla tomba dei genitori, e il suo spasimante, un militare austriaco: il tutto sotto lo sguardo del secondo contendente, fervente rivoluzionario da lei non corrisposto.

Poesie, odi, racconti, aneddoti redatti da Byron, Dickens, Stendhal, Carducci, Pascoli, sono sintomo di una importanza data alla memoria collettiva che a noi, oggi, in gran parte sfugge. Un piccolo segno, ma interessante di questo radicamento nell'immaginario collettivo, lo si trova anche nella celebre raccolta di incisioni intitolata 'Alfabeto pittorico', realizzata da Antonio Basoli nel 1832. Alla lettera 'C' si vede rappresentato un Cimitero di Certosini, e sullo sfondo si apre un Chiostro molto simile a quello dei Suffragi alla Certosa. Risulta così in parte comprensibile il leggere nei quotidiani, per tutto l'ottocento e la prima parte del novecento - similmente a quello che succede per tutti i grandi camposanti italiani - le notizie relative all'esecuzione dei monumenti funebri, sempre completati per l'apertura generale del cimitero durante la settimana dei morti. Per decenni la Certosa rimane l'unico cimitero monumentale moderno, e luogo all'aperto dedicato alla storia collettiva e all'arte moderna. Testimonianza di questa peculiarità è un articolo a firma di Giuseppe Sacchi, apparso sulla rivista milanese Cosmorama pittorico del 1837, corredato da due vedute, che in maniera semplificata ripropongono le incisioni n. 1 e 2 della guida Zecchi. Lo scritto si apre in maniera encomiastica, tanto che veramente monumentale è l'aspetto che presenta: vastissimi porticati, atrj magnifici, pittoresche celle mortuarie, ampj sterrati erbosi, e piante funeree che rammentano il silenzio della mestizia. Particolare attenzione si dà alla suddivisione degli spazi, alle scelte tecniche e tipologiche dei sepolcri e si descrive il cortile del Chiostro III, dedicato ai bambini sotto i sette anni, dove i fiori sbocciano rigogliosi sulle zolle ove riposano le reliquie di quegli angioletti e pare che la natura stessa sorrida. Che poi la Certosa sia una sorta di museo si capisce dall'elenco delle tombe antiche, tra cui quella eretta nel 1492 ai Malvezzi Lussari per opera del celebre scultor Fiorentino Francesco di Simone, oppure il deposito di Papa Alessandro V scolpito da Nicolò aretino nel 1410. Gli artisti bolognesi citati ci danno conto della notorietà milanese dell'architetto Angelo Venturoli, dei pittori Pelagio Palagi e Filippo Pedrini, dello scultore Giacomo De Maria. Al termine vi è la presenza del custode Sibaud il quale, come aveva fatto con Byron, mostra un teschio annerito coperto da una campana di cristallo, questa volta è quello del pittore Guido Reni e Giuseppe Sacchi non può trattenere le lacrime: io vedeva in quell'avanzo calcareo tutta una vita, e tutto un nome, e qual vita, e qual nome!

Nella raccolta periodica Archivio patrio di antiche e moderne rimembranze felsinee (1855 - 59), la Certosa compare spesso, vuoi per ricordare cittadini ormai deceduti, vuoi per la presenza dei sepolcri antichi qui conservati. Al numero 105 si descrive e riproduce la lastra tombale cinquecentesca di Ercole Bottrigari, morto ottantenne, usata quale spunto per raccontare la sua vita di uomo propenso al facile uso della spada, ma pure erudito collezionista e amico del Tasso. Di nostro interesse è l'indicazione che si trovasse nella cappella de' suoi maggiori in S. Francesco de' PP. Conventuali, ed ora traslocato nel nostro Comune Cimitero sotto il Portico del cortile ove si osservano i Monumenti sepolcrali del secolo XVI. Molte delle celle monastiche della Certosa sono riutilizzate quali sale museali, e rinominate a seconda del periodo delle opere contenute. Di questo tassello di storia rimane oggi solo il Chiostro quattrocentesco chiamato delle Madonne o dell'Ossaia, in cui si conservano affreschi e bassorilievi mariani provenienti da tabernacoli e chiese soppresse. Il rimanente ha ritrovato la collocazione nei luoghi di culto originari, oppure è confluito nel Museo Civico Medievale o alle Collezioni comunali d'Arte. A partire dal 1813 si assiste ad un continuo proliferare di guide diverse, che si chiudono nel 1873 con quella messa a stampa da Antonio Chierici. Lungo il novecento le pubblicazioni si fanno più rade, ma nel 1961 la guida di Angelo Raule compensa decenni di silenzio. Successivamente bisognerà aspettare altri tre decenni per vedere compiersi un passo fondamentale con La Certosa di Bologna - l'immortalità della memoria, datato 1998. Da quell'anno cominciano a prendere corpo interventi, saggi e pubblicazioni sempre più significativi, fino alla nuova 'Guida' edita nel 2016 dalla Minerva Edizioni. Un testo che merita una menzione a parte è "Certosa bianca e verde - echi e aneddoti" che Alessandro Cervellati pubblica nel 1967 con la Tamari edizioni: una guida anomala ed un compendio ricchissimo di storie 'minori', curiosità e notizie poco note che l'autore dedica alla moglie da poco deceduta.

Roberto Martorelli